Storia di un simbolo: quando un hashtag dice più di mille parole

Ultimamente, tutti noi siamo stati testimoni di quanto accaduto ai migranti dell’Aquarius e delle vicende legate all’azzardato hashtag “chiudiamoiporti” di Salvini.

Il nostro intento, oggi, non è quello di riempirvi la testa di nuove notizie sul destino dei passeggeri della nave, né tanto meno quello di arrovellarci sul concetto di morale e sul destino dell’anima di Salvini.

Oggi vogliamo parlarvi dell’Hashtag, dei suoi usi e della sua storia e di come un simbolo, l’hash o cancelletto, usato in tempi non lontani per fare gli scherzi in anonimo alla nonna del tuo migliore amico (per chi fosse ancora interessato #31#), sia oggi diventato un mezzo comunicativo in grado di raggiungere migliaia di persone in pochi istanti.

L’hashtag come lo conosciamo noi, nasce da un’idea di Chriss Messina, che nel 2007 decide di raggruppare tutte le conversazioni relative ad un suo progetto, il #barcamp, su Twitter. Dai primi anni duemila ad oggi ne sono passati di hashtag sotto i ponti e le persone del web sono arrivate ad usare il simpatico cancelletto su tutti i social.

Fin qua ci siamo, ma come e perché, ma soprattutto dove, dovremmo usare il cancelletto?

L’uso dell’hashtag va differenziato a seconda del canale social per il quale dev’essere utilizzato.

Prendiamo ad esempio Twitter: il suo stile chiaro e conciso permette, anche attraverso gli hashtag, di eliminare parte del testo (già fortemente ridotto dai 280 caratteri) per un tipo di comunicazione più veloce, forse anche troppo.

Instagram invece non può non fare a meno di questo nuovo metodo di aggregazione, motivo per il quale il social fotografico brulica di hashtag al punto che di alcuni se ne potrebbe anche fare a meno. Uno degli errori più comuni è infatti quello di riempire le proprie foto con hashtag che non c’entrano nulla con ciò che rappresenta il nostro post.

E alla fine arriva Facebook, che permette la visualizzazione degli hashtag più usati secondo un ordine relativo alle cerchie delle amicizie del proprio profilo, un esempio

  1. tuo cugino
  2. la mamma di tuo cugino
  3. la nonna di tuo cugino che non sa ancora come si usa Facebook ma vede che il cancelletto azzurro è da giovani
  4. le pagine sponsorizzate

Insomma, l’hashtag viene mostrato alle amicizie del profilo Facebook, ad amici di amici ed a pagine di business. Ora, crediamo possano bastare piccoli accorgimenti per essere capaci di utilizzare al meglio lo strumento protagonista del nostro post.

Certo è che hashtag come #chiudiamoiporti di sicuro non ricordano il motivo per il quale è nato questo simbolo, ossia creare reti, comunicare ed accumunarsi, e non di certo quello di ricercare un modo per pubblicizzare una disgregazione sociale al pari dell’“ognuno è bello e buono solo a casa sua”

Gli hashtag, così come i social network, sono nati per creare comunità, non per  xenofobizzare il web. In tutto ciò, noi di Nagency continueremo a fare scherzi telefonici con la formula #31# contemplando le care ed affascinanti cabine telefoniche.

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