Se c’è una parola che abbiamo imparato a conoscere negli ultimi 2 anni (sono davvero passati 2 anni dall’inizio dell’incubo pandemico?), quella è “creator”.
Prima non ne parlava nessuno, o quasi, ora non si parla d’altro, o quasi.
Quello che vi starete chiedendo è: ma che ca**o vuol dire fare il creator? Ha a che fare con le minacce di morte, della serie “ti mando al creator”?
No, fare il content creator significa, in senso molto ampio, creare contenuti di qualità per un pubblico interessato ad essi, a prescindere dall’argomento.
Ci sono content creator che trattano temi di architettura o di diritto, altri che si occupano della società o dei lati ironici della vita quotidiana, altri che illustrano la vita del bufalo bicefalo del Giannope o della Margherita avara di Anticoli-Corrado.

Caratteristiche comuni ai content creator
I diversi tipi di creatori di contenuti sono accomunati da:
- studio, benchmarking, definizione degli argomenti;
- preparazione metodica del contenuto, di qualunque genere esso sia;
- rapporto diretto con la propria community, sia attraverso i social che attraverso canali più ristretti (gruppi o canali telegram, contenuti dedicati, meeting online, etc);
- utilizzo di piattaforme che permettono di farsi sostenere in maniera continua o sporadica (patreon, substack, teachable, onlyfans, etc);
- erogazione di contenuti dedicati ai propri sostenitori (episodi speciali di podcast, newsletter ad hoc, gadget brandizzati, etc).
Il creator non crea contenuti di valore per soggetti terzi, lo fa per se stesso e per i propri sostenitori. Non è un influencer, che ha come scopo precipuo quello di indirizzare masse di follower verso questa o quella opinione (e che, come tale, è il naturale testimonial pubblicitario), ma lo può diventare, quasi sempre scegliendo con attenzione le cause da sponsorizzare.
Lo so, non è così facile distinguere una figura dall’altra e spesso i confini sono molto sottili, un po’ come quello tra la domenica sera e il lunedì mattina (sigh).
Pensiamo a Chiara Ferragni: è una influencer che crea anche contenuti, o è una content creator in grado di influenzare un numero importante di persone? Difficile dirlo, sicuramente rientra pienamente in entrambe le definizioni, ma se dovessi sbilanciarmi propenderei più per la creatrice di contenuti, almeno per quanto riguarda la prima parte della sua carriera (ho fatto tutto un ragionamento che non ti sto qui a dire).
2 numeri 2 sulla creator economy
Da una ricerca effettuata da Stripe alla fine di Ottobre 2021, la creator economy sta raggiungendo dimensioni insospettabili fino a qualche anno fa.
Secondo questa ricerca il mercato vale 10 miliardi di dollari (prova a scrivere 10.000.000.000$ per capire che non si tratta di bruscolini e fusaglie), ma la società NeoRich, che si occupa di marketing per influencer, ha recentemente affermato che si tratta di stime al ribasso, poiché calcolando anche l’indotto arriveremmo alla stratosferica cifra di 104 miliardi di dollari. E ogni anno i creator diventano sempre di più, solo nel 2021 sono cresciuti del 50%:
Si prevede che nei prossimi 5 anni il numero di persone che lavoreranno nel settore sarà superiore ai 15 milioni (attualmente solo in Italia ci sono 350.000 creators), distribuiti su più di 50 piattaforme diverse. Lo so, i numeri sono noiosi, per quanto fondamentali per non sostenere tesi a caSo di cane, ma questi evidenziano chiaramente un fenomeno tutt’altro che passeggero, che anzi sembra destinato soltanto a crescere.
Una spinta decisiva all’affermazione dei creator è arrivata dalla pandemia e dai lockdown: molti individui, chiusi dentro casa, liberi o alleggeriti dall’attività lavorativa tradizionale, hanno avuto più tempo per immaginare nuovi contenuti e per proporli con continuità.
Non come me, diviso tra torte rustiche e burpees, cercando di perdere i chili che io stesso mi obbligavo a prendere!

Quali sono le piattaforme preferite dai Creators?
Ma le grandi e consolidate piattaforme social che fanno? Bella domanda, diciamo che ciascuna sta adottando modifiche strutturali per favorire i creator:
- Facebook ha lanciato uno specifico programma che permette, tra l’altro, di guadagnare con video brevi;
- Youtube ha una sua “creator academy”, vero e proprio vademecum multimediale (sentite anche voi quanto suonano male questi due termini accostati?), e ha introdotto la possibilità di far sottoscrivere agli utenti degli abbonamenti, con conseguente fruizione di contenuti esclusivi;
- Twitter ha inaugurato da poco il “super follow” ovvero la possibilità, per gli account con alcune caratteristiche, di far sottoscrivere un abbonamento ai fan, a seguito del quale questi possono beneficiare di alcuni contenuti premium (evviva la fantasia!);
- Instagram ha rilasciato i “badge” che consentono agli utenti, durante le dirette, di sostenere economicamente il creator, ricevendo in cambio un riconoscimento grafico in forma, ma guarda un po’, di badge.

Conclusioni
Ma perché non diventiamo tutti content creator?
Il mercato c’è, le piattaforme pure, gli utenti sembrano sempre più disposti a pagare per sostenere i propri creativi di riferimento, il futuro appare brillante, isn’t it? Ovviamente non è possibile stabilire con certezza se la tendenza positiva della content creation proseguirà, tuttavia tutti gli indizi sembrano portare in quella direzione.
Se anche le tradizionali piattaforme social si sono ormai decise a supportare i content creator con nuove funzionalità, dato il vantaggio che ricavano nel tenere incollati agli schermi gli utenti per più tempo possibile, appare probabile che la creator economy sia solo all’inizio.
E tu l’hai mai fatto un video su TikTok?


