2021: come si fa marketing al tempo del Covid?

Indice
Introduzione.

Il marketing è morto.

Il marketing ci salverà.

In omnia pericula tasta testicula.

Si può fare marketing in tempo di Covid, quando tutto sembra essere sospeso e rallentato, quando ognuno di noi cerca di risparmiare di fronte ad un futuro che appare tanto incerto?

“Buongiorno anche a te”, dirai tu, ed hai ragione. Io neanche lo volevo fare questo articolo, sono stato costretto da una mia collega. Poi, però, mi sono appassionato alla questione, che è meno scontata di quel che sembra.

Non si tratta di preconizzare (guarda che termine che ti piazzo) le prossime tendenze del marketing come sempre accade nei primi mesi dell’anno, quanto piuttosto di capire cosa si sta facendo e cosa si può fare nell’ambito della comunicazione e del marketing per sopravvivere a questo assurdo momento.

L’unica, vera risposta possibile è: resilienza, resilienza, resilienza. Scherzo, volevo solo riproporre la parola più abusata del 2020.

Nei prossimi paragrafi cercherò di illustrarti le principali direttrici delle azioni di comunicazione e marketing che, fiorite nella seconda metà del 2020, sembrano voler durare per tutto il 2021.

Conversione e vendite.

Beh, è un po’ il ritorno di Capitan Ovvio tra noi, ma, ehi, in fondo in fondo, qual è lo scopo primario del marketing? Beh, semplice: Money, money, money, come cantavano gli ABBA (ognuno ha i riferimenti culturali che si merita).

Dopo una flessione importante di quasi tutte le attività nel 2020, lo scopo dei marketer è tornato uno e uno soltanto: vendere tutto il vendibile e poi vendere ancora! Quindi ok fare brand awarness (tradotto liberamente “farsi conoscere”), ok raccogliere follower su tutti i social, ok fare le dirette perché-in-tempi-di-covid-non-sei-nessuno-se-non-fai-un-paio-di-dirette-instagram, ma vogliamo cercare anche di vendere? Che il tuo sia un prodotto o un servizio non importa, l’obiettivo è vendere direttamente o ottenere un contatto valido per permetterti di giocartela, come fosse una finale di super bowl. Troppo americano? Vogliamo fare di Champions League?

E quale sarà lo strumento principale da usare per vendere online? Ma è ovvio: un negozio virtuale, un sito di e-commerce. Avere un tuo store ti consentirà di mantenere il controllo totale sulla tua attività.

Non sei convinto? Continua a leggere. No, non ho detto di aprire Instagram, mantieni la concentrazione ancora per qualche minuto, non te ne pentirai!

E-commerce.

Quando cantavamo dai balconi e uscivamo solo per fare la fila fuori dai supermercati, molti di noi hanno iniziato a fare shopping online, poiché i negozi erano chiusi e noi non potevamo uscire a comprare i beni di seconda o terza necessità da nessuna parte. Le attività che si erano già dotate di un negozio virtuale hanno potuto continuare, seppur parzialmente, a vendere e a guadagnare.

Improvvisamente l’e-commerce e più in generale tutto il fantastico mondo del world wide web sono sembrati essere la rivoluzione di cui tutti avevano bisogno. Come se fosse il 1991 e Tim Berners-Lee fosse ancora un giovane ricercatore inglese di stanza al CERN di Ginevra.

Tornando a noi, il 2020, il lockdown, il post-quarantena e, più in generale, le misure restrittive emanate per il contenimento dell’odiosa pandemia originata dal virus Covid-19 hanno senz’altro incentivato molti commercianti a creare il proprio sito di e-commerce.

Ed è evidente che la tecnologia che ci consente di fare shopping da casa, magari ammazzando il tempo mentre espletiamo le nostre funzioni corporali, diverrà una nostra amica irrinunciabile anche quando questo distopico periodo finirà e le modalità di acquisto tradizionali potranno tornare a popolare le nostre abitudini consumistiche.

In effetti, un negozio virtuale è tutto quello di cui hai bisogno. Non è vero, hai bisogno di molto altro, ma, secondo me, se vuoi vendere online DEVI partire da un sito e-commerce. Sicuramente presenta un costo di investimento (più o meno alto), ma è un budget che è necessario investire se vuoi cercare di costruire in modo solido la tua attività online.

Perché? Beh, ti basti pensare che all’interno del tuo negozio virtuale potrai:

Ci sono alternative all’e-commerce? Certo: le grandi piattaforme per la vendita online (Amazon, Ebay, etc). Il vantaggio indubbio di entrare all’interno di questi enormi portali è la visibilità, ma gli svantaggi sono molteplici: costi di ingresso e/o percentuali sulle vendite, necessità di adattamento alle regole ed agli spazi della piattaforma, scarsa visibilità del proprio marchio nell’ambito di un mare magnum di brand. Facebook ed Instagram consentono, da qualche tempo, di creare un catalogo di prodotti che, tuttavia, non ha le funzionalità di un vero e proprio negozio di e-commerce. Infatti i beni non si possono comprare direttamente (non ancora, almeno), occorre collegare il catalogo al proprio store online su cui far atterrare i potenziali clienti (come un aereo su una pista di una località esotica. Ah, i viaggi, quanti ricordi!) per l’acquisto definitivo. Spesso i social di Marcolino Zuckerberg vengono utilizzati nell’ambito di una strategia più ampia, che preveda comunque la creazione di un proprio negozio di e-commerce, e che sfrutti la visibilità offerta dai colossi del commercio elettronico per inserire alcuni prodotti-civetta, da usare come esca per far confluire, successivamente, gli utenti sul nostro sito. Qui, come il Capitano Kirk (o Picard se preferisci) al comando della nostra Enterprise, li potremo indirizzare dove vogliamo.
Brand safety e Brand activism.

“Ma che caspita significa? Ora pure quelli di Nagency si sono montati la testa e fanno i fighi sparando parole a caso in inglese?”. Forse, leggendo il titolo di questo paragrafo, stai pensando qualcosa del genere.

No, in realtà mi servivano un paio di chiavi di ricerca da inserire nel titolo per la SEO! Scherzi a parte, queste due locuzioni sono due facce della stessa medaglia, di una tendenza che si va sempre più consolidando, anche se presente da prima della pandemia, ovvero l’importanza della responsabilità sociale dei brand e delle aziende.

 

La brand safety è la capacità di un brand di non associare il proprio nome a contenuti eticamente e moralmente discutibili, disdicevoli o inopportuni. Pertanto, per garantire la brand safety occorre verificare attentamente testi, immagini e video prima di pubblicarli, essere pronti a rettificarli, monitorare le conversazioni all’interno dei propri account. L’optimum (tie’, beccati una spruzzata di latino) sarebbe incaricare una persona di fare il Community Manager, in modo che possa occuparsi e gestire la propria comunità online in modo completo e sempre informato. Ma proprio a voler esagerare, eh?

Il brand activism è quell’approccio in base al quale il brand decide di schierarsi apertamente a favore di cause ritenute socialmente rilevanti. Un tempo si riteneva importante evitare di prendere posizione riguardo ad un tema controverso, si tendeva ad evitare che le questioni etiche potessero avere un peso all’interno della comunicazione di un’azienda. Negli ultimi anni, invece, dato che il pubblico più giovane è molto sensibile ad alcune cause socialmente rilevanti, le aziende hanno iniziato a schierarsi apertamente, anche all’interno di dibattiti piuttosto spinosi ed accesi.

Questo atteggiamento attivo e propositivo (non dirò mai “proattivo”, non mi avrete mai!) non è accessorio ed è fondamentale se il tuo target ha meno di trent’anni. Ah, mi raccomando, cerca di non fingere o, se lo fai, di non farti sgamare, altrimenti il brand activism diventa un boomerang che ti arriva dritto in faccia.

Phygital.

Ed ecco un’altra parola in quella neolingua tecnico-fighettina che nessuno parla davvero ma con cui un po’ tutti si fanno belli. Ora ti starai chiedendo cosa caspita significhi “phygital”. Forse identifica un antico canto dei pastori bretoni? Forse è una nuova pratica erotica del New Hampshire, o magari una parafilia molisana?

 

No, phygital è semplicemente la contrazione delle parole inglesi phyisical e digital, in italiano potremmo dire “Figitale” (era veramente necessaria questa traduzione? Io non credo).

Oltre a servire, ancora una volta, per l’ottimizzazione dell’articolo per i motori di ricerca, perché, tu dirai, mi stai parlando di Phygital? Perché, caro lettore dalle mille domande, da quando le persone trascorrono a casa molto più tempo di prima, da quando ci sono cicliche limitazioni all’apertura degli esercizi commerciali e all’affluenza negli stessi, tutti tendono a comprare quello che possono online (v. paragrafo sull’e-commerce). Tuttavia, un conto è comprare un mestolo in kevlar o un cavatappi a forma di maestro Yoda e un conto è acquistare un televisore o un ombretto dei quali non sempre riusciamo ad immaginare l’impatto, rispettivamente, sul salotto e sulle nostre palpebre. E la camicia della nostra solita taglia ci andrà bene, anche se siamo ingrassati di appena una decina di chili?

Come fare a realizzare i desideri degli utenti esigenti che non possono fisicamente verificare l’appropriatezza della bontà del loro prossimo acquisto?

La tecnologia ci viene in aiuto: sempre più store digitali e piattaforme online (Amazon in primis) iniziano ad utilizzare applicazioni della realtà aumentata. Che cos’è la realtà aumentata? Caro utente, io ti voglio bene, ma tu non sai niente di niente!

La Realtà Aumentata (in inglese Augmented Reality, da cui l’acronimo AR) è una tecnologia attraverso cui è possibile inserire un oggetto virtuale in un contesto reale (lo so, è molto più complesso di così, ma sto semplificando per te, o amato e incolto lettore). Grazie alla realtà aumentata puoi verificare che effetto farebbe il televisore 59”e ⅓ sulla parete davanti al letto, se le unghie di una nuance “ketchup e lime” ti donerebbero, o se quel tavolino di design, di cui non hai davvero bisogno, entrerebbe nel tuo salone già stracolmo di mobili.

Ecco perché, caro utente, faresti meglio a considerare la tecnologia AR come una possibilità molto concreta da offrire ai tuoi potenziali clienti, all’interno del tuo shop online.

Ora. Non tra 10 anni.

Newsletter e Podcast.

Con la tua proverbiale arguzia, forse avrai notato che la gente ha più tempo a disposizione rispetto a un anno e mezzo a questa parte, poiché lo smartworking abbatte i tempi dedicati allo spostamento. Gli individui possono dedicare questo nuovo surplus temporale al piacere o al dovere. E fino qui credo di meritare una candidatura al premio GAC1, ma sono sicuro che ora ti darò alcune informazioni utili per te e per la tua attività.

 

Innanzitutto, le newsletter. “Ma che noia” mi pare di sentirti sussurrare, e, fino a poco tempo fa, ero d’accordo con te. Chi ha voglia di aprire quelle email piene di grafica, testo, link, immagini che si caricano lentamente andando a comporre una sorta di piccolo sito non navigabile?

Nessuno, ma le newsletter sono molto cambiate, molto più personalizzate, hanno come obiettivo non più quello di magnificare il mittente e la sua attività, quanto di creare un legame diretto con i potenziali clienti, o, meglio ancora, con la comunità. I layout (l’aspetto grafico, diciamo così) delle newsletter si sono molto semplificati e i testi si sono accorciati, ma, paradossalmente, hanno guadagnato in densità di informazione. Nelle newsletter contemporanee l’importante è capire cosa può davvero essere utile per l’utente e comunicarglielo, in modo semplice e diretto, selezionando le informazioni davvero rilevanti.

Quando poi i tuoi potenziali clienti sono impegnati in attività necessarie quanto tediose, ad esempio cucinare qualcosa che non sia stato precotto e surgelato in precedenza, spazzare il pavimento pieno di briciole di patatine al formaggio, stendere il bucato dimenticato per ore nella lavatrice, hanno la possibilità, al contempo,di imparare qualcosa o di informarsi?

Non possono certo sedersi e leggere un articolo online, non possono vedere un video su youtube, non possono neanche scorrere il feed del loro social preferito. E allora? Allora usano le orecchie, invece degli occhi, e ascoltano i podcast. I podcast? E cosa sono i pod…EH NO, ora basta amico utente! So che sai cosa sono i podcast, ovvero, semplificando, dei contenuti audio che possono essere ascoltati quando lo si desidera. Sono un fenomeno ampiamente in crescita e, se in tempi pre-covid potevano essere utili per rendere produttivi gli spostamenti, nella realtà pandemica possono risultare altrettanto interessanti per sfruttare i momenti in cui si svolgono le attività tipiche della gestione della casa.

Ogni volta in cui si è impegnati in attività manuali, pratiche, ogni volta in cui si è alle prese con una qualche forma di impegno fisico, la mentalità dell’essere umano degli anni ‘20 del 21° secolo è quella di cercare una forma di intrattenimento per la mente.

Non si può stare senza essere impegnati in senso completo, la nostra società ne è convinta! In sintesi, utente mio “che stai sulla collina” (cit.), perché non pensi a produrre un podcast? Certo, è più semplice a dirsi che a farsi, i risultati possono essere molto molto diversi a seconda dell’approccio più o meno professionale, ma i costi sono relativamente bassi e ci sono consulenti che possono guidarti nel processo di realizzazione e distribuzione del tuo podcast. Nel frattempo, se vuoi qualche consiglio gratuito, inizia a guardare questi video sul canale youtube di una delle più brave autrici e produttrici di podcast in Italia, Rossella Pivanti (no, non ci paga per pubblicizzarla, ahimé).

Nuovi target: i baby boomer.

“Sei proprio un boomer”, quante volte hai letto questa frase in risposta ad un tuo commento che inneggiava ai bei vecchi tempi andati? O forse hai così apostrofato qualche tuo collega che non riusciva a svuotare la cache del browser? In ogni modo, sicuramente sai di cosa si tratta. No? Allora, amico utente, secondo me tu vuoi farmi perdere la pazienza, ma ti voglio assecondare.

 

I boomer, più correttamente i baby boomer, sono quella fascia di popolazione nata negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, quelli della ricostruzione e del successivo boom economico, in un periodo che va, orientativamente, dal 1946 al 1964. Mentre la generazione X (che abbraccia un arco temporale che va dal 1965 al 1980 circa ed è la migliore mai comparsa sul pianeta, a mio modesto e disinteressato parere, non perché io sia nato alla fine degli anni ‘70) da tempo si è affacciata al mondo del digitale, di internet e dei social e dunque è già stata inquadrata dai marketer, i baby boomer hanno rappresentato a lungo un eldorado inesplorato. “Eldorado” perché sono una generazione solida dal punto di vista economico e finanziario, “inesplorato” perché, data la scarsa presenza online, non erano facili da coinvolgere nei processi di acquisto. Ma poi è arrivato il Covid e una generazione di canuti individui non ha potuto più comprare un paio di pantaloni o di occhiali da sole in negozio. E quindi? Che fare? Come spesso ha fatto nel corso della sua esistenza, quella generazione si è rimboccata le maniche e, senza troppo scomporsi, ha iniziato ad interagire a vario livello con il web, in particolare con gli store online ed i social.

Ora, caro utente con cui ho, evidentemente, un rapporto conflittuale, capisci che questa è una grande occasione per te? Finalmente potrai ampliare il numero di clienti potenziali senza fare neanche troppa fatica, l’importante è che tu tenga presente che questo target è sbarcato online, ha voglia di comprare il tuo prodotto o servizio, partecipare a conversazioni con il tuo brand e lasciare i suoi dati per essere raggiunto dalla tua newsletter.

Secondo il Report digital 2021 di “We are social” dedicato all’Italia, nel gennaio scorso il 78,2% degli utenti appartenenti alla fascia di compresa tra i 55 ed i 64 anni ha dichiarato di aver comprato almeno un prodotto online nell’ultimo mese. Considerando che per la fascia 25-34 anni la media sale di neanche 3 punti percentuale (attestandosi all’81%), è evidente che il mercato dei baby boomer possa rappresentare un’occasione d’oro. Poi non dire che non ti avevo avvertito!

Conclusioni.

Nel 2020, ahinoi, un evento catastrofico ha sconvolto il mondo e no, non è stato il litigio tra Bugo e Morgan, seppur degno di assoluto interesse. La pandemia globale, con cui siamo alle prese ancora oggi, nella primavera del 2021, ha cambiato e sta cambiando abitudini radicate, processi cristallizzati, stili di vita inossidabili (chi scrive aveva basato la propria vita privata sugli aperitivi e la promiscuità. Inutile dirti come le fondamenta della mia esistenza siano state spazzate via dal virus regale trasmesso dal pangolino, l’animale certamente più inutile del pianeta. E no, non iniziamo con le accuse di antianimalismo, è chiaro che sto soffrendo). Dopo questa parentesi degna di una nota davidfosterwallaciana, oltre ad aver reso manifesto il mio disagio mentale, cerco di ritrovare il bandolo della matassa e di arrivare al punto. All’interno di questa immane tragedia che è stata ed è la pandemia da Covid-19, si sono sviluppati processi di trasformazione radicale dal punto di vista sociale, politico ed economico del tutto inattesi, o immaginabili solo tra diversi anni.

 

Questi processi complessi non sempre e non solo hanno una connotazione negativa, a volte possono portare dentro di sé un germe di miglioramento, specie in ambito tecnologico. Tu dirai: “ma che stai dicendo? Ma quali miglioramenti?”. Ah non mi credi, mio caro utente-testa-di-legno?

Eccoti un rapido elenco di alcune novità emerse come risposte alla situazione di necessità in cui il mondo si è trovato:

Quelli elencati in precedenza (a parte un paio di punti inseriti per verificare il vostro livello di attenzione), sono tutte novità positive che vanno colte. Maurizio Costanzo (ognuno, lo ribadisco, ha i modelli intellettuali che merita) diceva spesso “nontitipottitermareiltentocontelemani”, che tradotto dal costanzese significa “Non si può fermare il vento con le mani”, ovvero non ci si può opporre ai cambiamenti sistemici, che risultano inevitabili. Quello che puoi fare, utente poco compiacente, è cercare di cogliere, leggendo e rileggendo questo ed altri articoli, lo zeitgeist (vabbé, dopo questa forse non finisco neanche la frase e me ne vado), ovvero lo spirito dei tempi in cui viviamo, e cercare di fare tue le novità, comprendere le tendenze ed adeguare la tua attività.

Facile no?

Ps – Se ti venisse in mente di chiamarci per una consulenza, per realizzare un sito, per una strategia di comunicazione, NON farlo assolutamente. Nonostante siamo la migliore agenzia di comunicazione, perlomeno in un’area compresa tra Castel Marcondiro e Aci Dità, NON ti rivolgere a noi, NON ti vogliamo! 😉

Immagine di Emanuele Salè

Emanuele Salè

Ruolo: Partner di Nagency, Responsabile dell’Area Web. Pregi: informale, concreto, in evoluzione continua.

Chi siamo

Nagency è l’agenzia di comunicazione integrata di Roma.
E cioè?
E cioè facciamo tante cose per i nostri clienti: siti web, gestione social, grafiche e loghi. Insomma grazie al nostro team di professionisti vari riusciamo ad offire un servizio di comunicazione a 360° e riusciamo a gestire tutto il processo dall’inizio alla fine!

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